La palestra come rifugio

Da guido , 9 Maggio 2026

BIOGRAFIA · CAPITOLO 1


Ho cinque anni. Sono nel negozio di mio padre quando qualcuno chiede di appendere una locandina: un corso di karate. Insisto finché mia mamma non mi ci porta. Da quel giorno la palestra diventa il mio posto.

Non perché fossi un predestinato. Non c'era una vocazione sportiva scritta nel destino. C'era semplicemente un ambiente dove crescere — e a casa, tra mia madre e mia sorella che disturbavano il lavoro sui programmi che mi passavano i miei amici molto più grandi, l'ambiente giusto era altrove.

La palestra del maestro Buzzetti. Ferruccio, insegnante di educazione fisica al liceo. Leo, più inserito nel tennis. E Daniela — la più attiva nelle relazioni tra noi praticanti, la più presente, quella che teneva vivo il gruppo. Suo padre era il maestro Bracchiglione, forse l'unico che ai tempi si occupasse davvero di pugili professionisti.

Non ho scelto uno sport. Ho trovato un ambiente. La differenza è tutto.

La sala attrezzi e Rocky

Facevo karate. Poi i Giochi della Gioventù alla scuola elementare — selezionavano i migliori alunni per l'atletica, e io c'ero. Ma il mio vero rifugio era la sala attrezzi. Ci andavo per stare solo, per lavorare in pace, per uscire da casa qualche ora prima di rientrare a cena.

Era uscita in televisione la saga di Rocky. Vedevo quei muscoli e volevo costruire quel fisico. Così cominciai col bodybuilding — con la stessa naturalezza con cui facevo tutto il resto. C'era anche qualche sacco e un maestro che, forse per tenerezza, mi spiegava qualche colpo. La boxe era una delle tante cose, non la cosa.

Ero anche un buon lottatore — sia a scuola, con le ancate e la presa di testa nei corridoi, sia sul tatami in palestra. Il corpo come strumento da esplorare in tutte le direzioni.

Karate, atletica, bodybuilding, lotta, qualche colpo sul sacco. Non una specializzazione — un'esplorazione. Non lo capivo allora. Lo capisco adesso, guardando Sportforma: boxe, lotta, sala pesi. Ho costruito quello che ero stato.


Continua — Capitolo 2: Gli Hackmed

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