Un Bersagliere non arretra

Da guido , 13 Luglio 2026

BIOGRAFIA · CAPITOLO 3


C'è un corpo militare in Italia fatto di soldati molto speciali — atleti anche quelli che non lo sono. Ai miei tempi, quando la leva era ancora obbligatoria, i ragazzi alla chiamata alle armi venivano sottoposti alla visita di leva e, in base a questa, riformati oppure dichiarati idonei e indirizzati secondo le caratteristiche morfologiche. Alcuni potevano chiedere di partire volontari nel corpo che volevano; altri facevano gli obiettori di coscienza. Ma tutti, prima, facevano il primo mese di addestramento come soldati comuni, come fanti. Solo dopo il giuramento, chi non aveva scelto nulla partiva per il corpo che altri avevano scelto per lui.

Ricordo ancora, quasi vicino al giuramento, quando mi dissero di andare in magazzino a cambiare la divisa: non ero più un fante. "Sarà dura, ma vedrai che ti passerà prima, perché farai un sacco di cose."

La destinazione

Destinazione: 28° Battaglione Oslavia, caserma soprannominata "Bellinzagher", una sorta di città militare immersa nella nebbia e nelle risaie del Novarese. Dicono che non esista più — non esisteva, in un certo senso, nemmeno per me ai tempi. Mi ritirarono la carta d'identità civile, mi fecero le foto e mi diedero una nuova carta d'identità, identica ma verde anziché rosa, con un marchio, una sorta di fedina penale: "Active Celeberrime Comando Oslavia". Azz...

Capita l'antifona — io che ai tempi volevo studiare da infermiere professionale e prepararmi all'esame di ammissione — mi feci ricoverare all'ospedale militare per farmi declassare. Non servì a nulla: fui dimesso, andai a salutare i miei genitori e partii la notte stessa. Presi l'autostrada per Novara, fino al bivio indicatomi, con il cartello "Strada militare, vietato l'accesso": era la statale che portava alla "Bakini". Lungo il tragitto sentivo il passaggio dei jet dell'aeroporto di Cameri, adiacente. Stavo uscendo dalla realtà proprio come me l'aspettavo: infatti, invece di un grosso edificio militare, alla fine trovai solo un semplice passaggio a livello e un parcheggio ricavato nel bosco di fronte, dove lasciai la mia Lancia Thema Turbo 16V LX — un macchinone, per i tempi — ad aspettare la Jeep che mi avrebbe portato alla mia camera.

Superai a piedi il passaggio a livello, che era l'ingresso della caserma. Arrivò, quasi sgommando sullo sterrato, un'altra Jeep. Qualcuno mi riconobbe: "Lo portiamo noi." Su quella Jeep c'erano tre miei amici della caserma di Casale Monferrato, spediti anche loro qui. "Guido, sali, finalmente sei arrivato, ti aspettavamo. Ti stanno procurando delle posate, intanto qui c'è una forchetta: il tempo che arrivano in officina troviamo anche il resto."

Non erano più ordinati, formali e timorosi come ai tempi della fanteria. Erano più felici loro di vedermi che io di vederli; anzi, a dirla tutta, non capendo ancora i discorsi — per me privi di senso — ero sospettoso, intimorito a priori dal qualunquismo di chi parla di nonnismo e gerarchia senza aver vissuto un cazzo. Da lì imparai cosa fosse davvero il cameratismo — esattamente il contrario: "Ti do una mano per benevolenza, per evitare che tu possa vivere male. So che se ti copro le spalle, anche tu coprirai e farai lo stesso."

La città nella nebbia

Noi giovani soldati, poco più che ventenni, che avevamo passato l'adolescenza negli anni Ottanta nutriti dalla cultura del superuomo riproposta dai leader americani — Stallone, Schwarzenegger — al 28° Battaglione Oslavia, una caserma operativa di 40 km quadrati con tanto di mezzi corazzati che molti di noi erano addestrati a usare, ci sentivamo come in un villaggio del Vietnam.

Era un mondo completamente a sé, uno di quei posti che se non vedi non credi: c'era tutto — il cinema, il bar, lo spaccio, la pizzeria, l'officina, gli hangar, la casetta della cucina, la logistica, l'ambulatorio con tanto di garage per i mezzi di soccorso, l'armeria, il magazzino, il campo da calcio, la palestra. Insomma, una piccola città militare fatta di tante casette indipendenti ma strettamente funzionali tra loro, come le cellule di un organismo — dove il citosol, il materiale in cui tutto è immerso, era la nebbia.

La scuola nascosta

Fu la mia prima grande avventura. Ricordo di essere scappato, dopo qualche mese, per andare a sostenere l'esame di ammissione alla scuola per infermiere professionale, che poi frequentai per qualche anno, fino a fondare la Sportforma. Anche in quell'occasione i miei amici mi coprirono: ai contrappelli dicevano che ero in chiesa a pregare. Passai l'esame, tra i primi classificati. Si apriva un nuovo mondo per me, un nuovo pezzo di vita — ho sempre coltivato la medicina, dalla cellula e la sintesi proteica fino, ahimè, alle condotte dopanti.

Feci amicizia con molti ufficiali medici, tutti colonnelli, a cui ogni volta proponevo sfacciatamente il mio caso: avevo superato l'esame con un ottimo punteggio, e con una dialettica specifica, comprensibile solo a chi fosse insieme medico e militare, chiedevo di poter essere prima un medico e poi un soldato.

Un giorno arrivò un mio camerata, mi svegliò e mi disse: "Marca visita. C'è quel pezzo di merda, parlagli, digli tutto. Se non ti ascolta, digli che vomiti sangue: ti manderà via. Poi vai a parlare col prete — anche lui è un ufficiale." Arrivò l'ambulanza per accompagnarmi in ambulatorio; andai a piedi, volevo guadagnare tempo. Trovai il medico, gli spiegai il mio problema: a settembre iniziava la scuola, e se avessi fatto anche solo un paio di mesi di naja l'avrei persa. Mi rispose che lui era un soldato, non un medico, e che dovevo vomitare sangue perché mi congedasse. Mi portarono via a forza, perché persi il controllo — la mia rabbia esplose.

Non fui punito. Mi portarono dal prete, come probabilmente avevano architettato i miei compagni, e che solo oggi capisco sapesse già tutto. Lo conobbi così: "Carli! A me non possono ordinare di essere prima un soldato e poi un prete."

Tornai a passare qualche settimana nell'ospedale militare, ottenendo il grado di "capomuffa". Passavo le giornate in ufficio con altri amici che si erano laureati in medicina prima del servizio militare — mi pare si chiamassero ASA — oppure "sbalzavo", scavalcando il muro di cinta per andare a scuola all'ospedale Molinette di Torino come un normale studente civile. I miei compagni militari mi coprivano, lo sapevano tutti: al contrappello dicevano che ero in chiesa. Al Molinette, invece, ero già un'icona, perché arrivavo in divisa, col telefonino in mano, pronto a scappare se se ne fossero accorti.

Ricordo il giorno in cui mi chiamò il colonnello dell'ospedale di Torino, con cui avevo già parlato — rivolgendomi sempre sfacciatamente con la storia del medico prima del soldato. Mi disse di tornare al corpo, perché avevano deciso di congedarmi.

L'ultimo saluto

Tornai al 28° Oslavia per riprendere le mie cose. Fu l'ultima volta che indossai la divisa ufficiale — in caserma non la tolsi più, né per la mimetica né per la tuta da ginnastica.

Chiesi di incontrare il mio comandante, il capitano Veltre — un'altra leggenda, odiata per il suo modo di fare. Uno che, il primo giorno dell'alzabandiera, mi gridò in faccia perché volevo spiegargli io cosa dovesse fare per me un mio superiore. Veltre era un eroe e un mostro per noi, una vera leggenda: chi è passato da quel posto sa bene cosa si diceva di lui — che fosse pazzo, che si buttasse nel fango anche in alta uniforme, che l'avessero degradato più volte e ogni volta, in tempi brevissimi, fosse riuscito a riprendersi i gradi.

Bussai alla sua porta per chiedergli di andare via, portando via con me solo l'uniforme che avevo addosso. Mi congedò così: "Bravo Carli, ha imparato! Ricordi quello che è, e non lo dimentichi: un Bersagliere. Uno che non può indietreggiare."

Avevo fatto tutto ciò che potevo per raggiungere il mio obiettivo. Andai a prendere il cartellino visitatore e rimasi ancora un poco con gli amici, lasciando loro gli zaini con tutta la mia roba e il mio corredo militare, per tornare a scuola all'ospedale civile. Anche al Molinette mi diedero una divisa, quella dell'allievo infermiere professionale. Durò qualche anno, e in quegli anni riuscii a fondare la mia prima creatura: la Sportforma.

Gli amici veri

A parte chi è venuto a conoscermi dopo — ed è stato con me solo per "rubare", per puro interesse o opportunismo — non mi sono mai dimenticato degli amici, quelli che corrispondono alla definizione reale della parola: quelli con cui sono cresciuto.

Ricordo bene i momenti passati insieme, quando nessuno di noi aveva una carriera ed era popolare solo nel proprio piccolo mondo. Ricordo bene chi mi è stato vicino nei momenti più difficili — da militari, da paramedici, da compagni di fede e da civili — nelle gioie condivise, come la nascita dei miei figli, venuti al mondo in palestra in parti non assistiti, e nei dolori, come il crollo della vecchia sede della Sportforma, nel periodo del maledetto passante ferroviario di Torino, dove ho perso diciassette anni di vita e quasi due milioni di euro investiti in un ideale che avevamo maturato insieme, e in cui ancora oggi credo.

Non dimentico chi ha pregato con me, tantomeno la pazienza dei ragazzi della Sportforma, che mi rispecchiano.

Non ho smesso di essere quello che sono. Non ho perso i contatti aprendo la Sportforma, non li ho persi mettendo su famiglia, e non li perderò nel tentativo di iniziare una nuova fase della mia vita, alle porte della ventesima stagione della Sportforma.

Proprio per la XX stagione pensavo di fare un supermontaggio video motivazionale — ma solo dopo l'8 settembre, data dell'esame di ammissione alla scuola di Medicina e Chirurgia. Invece, quella mattina, mentre avrei dovuto studiare il plasma, un video condiviso da un amico su Facebook — che ripropongo — ha tirato fuori un pezzo di me, tra emozioni, storia e ricordi.

Mi sembra doveroso condividere una parte di questa mia biografia per ringraziare tutti voi — e la lista è lunga: Massimo, che si spaccia per infermiere e non dice che sta tutto il giorno con le mani nel sangue a tagliare tumori; Vito, che ha passato molte ore gratuitamente in palestra, portando avanti l'attività anche ad agosto mentre io ero chiuso in ufficio a studiare; Willeke, Gloria, Libero e Chiara; e i leoni della Sportforma, che a modo loro mi stanno sostenendo perché io non indietreggi.

L'Hurrà

I bersaglieri si alzano la mattina presto per andare a correre, come farebbe un pugile. Noi, ci svegliava la fanfara — quel corpo rappresentato nel video, un corpo ancora più speciale, ancora più allenato, che per dimostrarlo corre suonando la tromba. Il bersagliere è l'unico corpo militare in Italia che spezza gli schemi dello status quo: non so se lo sapete, ma il bersagliere non si mette sull'attenti come gli altri soldati italiani. Corre sempre, e non può accettare il comando "dietro front", nemmeno dal generale o dal presidente. Quando arriva sull'attenti, lo fa facendo casino, battendo le mani sui fianchi e i piedi per terra; e al posto delle parole più importanti alla base della cultura militare — "comandi" e "lo giuro" — quando arriva, pronuncia: "Hurrà!"


Continua — Capitolo 4: Come nasce la Sportforma (prossimamente)

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