La palestra come rifugio

Da Guido Carli, 9 Maggio 2026

BIOGRAFIA · CAPITOLO 1

Ho cinque o sei anni e sono seduto al banco della cassa, nel negozio di mio padre. Entrano due ragazzi: chiedono se possono mettere in vetrina la locandina della loro palestra, e mio padre gli dà lo scotch. È un corso di karate. Insisto finché mia mamma non mi ci porta. Il corso è in corso Benedetto Brin, nel Borgo Vittoria, una zona non troppo sicura per un bambino che comincia le elementari.

È la palestra del maestro Buzzetti. Ci sono Ferruccio, insegnante di educazione fisica al liceo, e Leo, più inserito nel tennis. E c'è Daniela, la più attiva nelle relazioni tra noi praticanti, quella che teneva vivo il gruppo. Suo padre era il maestro Bracchiglione, forse l'unico che allora si occupasse davvero di pugili professionisti.

Accanto alla sala principale c'è una stanza con un vogatore, una panca, uno specchio e una macchina per le spalle: la sala attrezzi di allora. Ci entro quasi di nascosto e mi sento come Tekkaman quando entra in Pegas gridando «Potenziamento».

A casa, tra mia madre e mia sorella, non riuscivo a lavorare in pace sui programmi che mi passavano i miei amici molto più grandi. In palestra sì: ci andavo per stare da solo e lavorare, qualche ora prima di rientrare a cena.

La scuola, Rocky, la lotta

Alle elementari, alla Giuseppe Allievo, selezionavano i migliori per le mini olimpiadi di atletica, e io c'ero. Alle medie, alla Vivaldi, un'insegnante di ginnastica che chiamavo Magnum P.I. fece in modo che fuori dall'orario scolastico avessi a disposizione i tappetoni, la palestra e la pista per il salto in alto. Mi allenavo lì il pomeriggio, per poi tornare al Palavela con pochi altri giovani atleti.

Poi la televisione trasmise Rocky. Molti ragazzini che crescevano in strada, come me, cominciarono ad andare in palestra. Io in palestra c'ero già: vedevo quei muscoli e volevo costruire quel fisico, e a dodici anni la sala attrezzi diventò la mia. C'era anche qualche sacco, e un maestro che, forse per tenerezza, mi spiegava qualche colpo.

Ero anche un buon lottatore: a scuola, con le ancate e la presa di testa nei corridoi, e sul tatami in palestra.

Tessera della Shotokan Kokusai Karatedo Italia di Guido Carli bambino, rilasciata il 30 novembre 1981
La mia prima licenza per combattere: la tessera della Shotokan Kokusai Karatedo Italia, rilasciata il 30 novembre 1981 (società: Circolo Polisportivo Rocco Scotellaro, Torino). L'indirizzo di residenza è oscurato.

Daniela, Ferruccio e Leo fondarono poi un'altra palestra, in via Pavone, e io mi spostai lì con il gruppo. Lì trovai la prima vera sala attrezzi, e più grande, negli anni del biennio alle superiori, ero io a insegnare il bodybuilding. Ma questa è un'altra storia.

Arti marziali, atletica, pesi, lotta, qualche colpo al sacco. Oggi, guardando la Sportforma, con la sala pesi, la lotta e il pugilato, in quella palestra ritrovo molto di quello che facciamo.


Scritto nel 2026 dai racconti di Guido Carli (anche del 19 ottobre 2026) e dai suoi testi del 25 ottobre 2016, del 16 maggio 2023, del 30 maggio 2024 e del 21 gennaio 2026. Da dove vengo

Continua · Capitolo 2: Il ragazzino